Forse il popolo israeliano vive una sorta di trance collettivo che lo scollega dalla realtà, una specie di paravento per schermarsi dalla violenza (subita e inferta). Perché guardando l’ipnotico Valzer con Bashir tutti i personaggi mostrano una naturale repulsione ad analizzare la realtà così come è stata, vivono una disconnessione dai fatti: nel docu-cartoon di Ali Folman – candidato all’Oscar per Israele, già passato a Cannes, uno dei migliori titoli di stagione – lo stesso regista intraprende un percorso psicanalitico per dissotterrare i ricordi di se stesso recluta 17nne durante la campagna in Libano dell’82. Allora come oggi Israele voleva “bonificare” 40 km al confine per evitare il lancio di razzi. Gomito a gomito nel carro armato giovani compagni con macchine fotografiche e fucili imbracciati come chitarre a mimare spettacolari suonate di air-guitar. Bastava poco – una pausa dei combattimenti vicino al mare, la visione conciliante dei morbidi paesaggi libanesi (che di lì a poco bisognava devastare) per mandare in trance la pattuglia, librarla lontano dalla guerra, facendo rifugiare quei ragazzini armati in luoghi della memoria più rassicuranti.
Abbiamo detto docu-cartoon perché questa storia potente, evocativa e spiazzante nasce da interviste filmate dal vero e poi fatte ridisegnare e animare da un team della Bridgit Folman Film Gang. Ari Folman parte dalle confidenze di un amico, una recluta di allora (l’incubo ricorrente dei cani rabbiosi che aveva ucciso perché non facessero da campanello d’allarme) per raggiungere i protagonisti (vivi) del suo battaglione. Le risposte alle sue domande su quei giorni sono spiazzanti: c’è chi voleva partire al fronte per rimarcare una mascolinità afflosciata e chi non aveva idea di che cosa si trattasse, addirittura il famoso giornalista Ron Ben Yisashi racconta il suo avanzare sotto la pioggia di proiettili di Beirut con noncuranza mentre la gente era affacciata alle finestre come fosse lo spettacolo della fine del mondo. Naturalmente quello che viaggiava di più con la mente era lo stesso Folman, ci immaginiamo un rockettaro al fronte, più interessato alla ragazza che lo aveva lasciato e al nuovo gruppo di Johnny Rotten (tornato Lidon), i P.I.L. di “This is not a love song”, che non agli attacchi che subivano e al loro sparare ossessivo, autistico a tutto quello che si muoveva o meno intorno a loro.
Il film si chiude con 15 secondi di immagini reali della strage di Sabra e Shatila, 3mila morti palestinesi….
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