Tutti i giorni in Italia si buttano via grandi quantità di pane, e non solo. Lo spreco di cibo, dice Andrea Segrè, preside della Facoltà di Agraria di Bologna, “ci sta sommergendo; gettare via il commestibile non soltanto ha una forte implicazione etica, ma anche un notevole costo economico e ambientale”. Buttare quanto è ancora mangiabile non è un fenomeno a sé stante: è solo un aspetto, anche se particolarmente visibile, del consumismo, il vizio dell’homo consumens spinto a comprare in modo compulsivo e a buttare via per comprare di nuovo. Del resto il sistema è fondato su questo presupposto e ci vorrebbe una ristrutturazione economica oltre che un’educazione estetica e morale per lanciare un altro stile di vita. I comportamenti della massa cercano di riflettere, miseramente e risibilmente, quelli dei ricchi e dei potenti. La stessa guerra, sbandierata dagli uomini di potere come pulizia nei confronti del terrorismo che invece ne viene incentivato, è, di fatto, una demenziale distruzione, ed è una metafora tragica del consumo.
I poveri diventano inoffensivi quando vengono condizionati a imitare i ricchi. Il condizionamento viene dal fracasso implacabile della pubblicità che ha grande presa sulle persone prive di antidoti e difese efficaci, quali cultura, capacità logiche sviluppate, sentimento etico, sensibilità alla bellezza. Don Milani scrisse
che “la pubblicità si chiama persuasione occulta quando convince i poveri che cose non necessarie sono necessarie”.
Epicuro già nel III secolo a. C. stabilì una graduatoria tra i desideri: alcuni sono naturali, altri vani, e tra i naturali non tutti aspirano a cose necessarie. Comunque ciò che è naturale è a portata di mano, mentre difficile a procurarsi è quanto è vuoto. Cicerone nei Paradoxa Stoicorum sostiene che non essere consumisti è una rendita, e Marziale afferma che ha bisogno di padroni esterni chi non è padrone di sé e agogna quello che i re e i padroni peggiori bramano. Leopardi nello Zibaldone nota che l’uomo si è fabbricato bisogni i quali “si contraddicono e si nuocciono scambievolmente”. Arriviamo ai tempi moderni e prendiamo il “bisogno” dell’automobile, il primo simbolo del consumismo. Una volta questo mezzo dava un senso di libertà, di avventura, di conoscenza; ora è diventata una gabbia per individui accalcati e bestialmente infuriati, uno strumento, non raramente, di morte e distruzione. Perfino la pubblicità talora mostra automobili capaci di compiere sfaceli. Eventi rovinosi che accadono realmente a centinaia di automobilisti, ciclisti e pedoni ogni mese, con caduti da tutte le parti, come in un conflitto armato.
Più in generale: il consumista mercifica pure se stesso e sente il bisogno di apparire quale un prodotto attraente; quindi usa stratagemmi, espedienti e prassi di marketing collaudate. Una gran quantità di persone scimmiotta il linguaggio e i toni della propaganda televisiva. Di qui la mancanza di autenticità nei più, la distruzione della ragione e del dubbio. La televisione, per esempio ha bandito il teatro poiché il dramma presenta l’uomo come problema.
Al posto di Sofocle, Shakespeare e Bernard Shaw, la volgarità pubblicitaria. Parlare male fa male all’anima, ha scritto Platone.
Ma torniamo al cibo. Questo viene sciupato in maniera più evidente poiché è alla portata di un maggior numero di persone. Lasciarlo nei piatti, buttarlo via, dà l’illusione di essere facoltosi. Si potrebbe indicare a questi imitatori velleitari dei potenti la mimèsi dell’imperatore Augusto del quale il biografo Svetonio racconta la parsimonia, sia per quanto riguarda le suppellettili, sia a proposito del cibo: mangiava pane ordinario, pesciolini, cacio vaccino e fichi freschi. Caligola e suo nipote Nerone, viceversa, i due Cesari matti e criminali, amavano ogni genere di sprechi. Il matricida lodava e ammirava il fratello della mamma,
morto ammazzato, non per altro merito che per lo sperpero delle ricchezze accumulate da Tiberio. Finché, dichiarato nemico pubblico dal Senato, il figlio di
Agrippina si uccise aiutato da un liberto. Un princeps che invece morì nel proprio letto e lasciò il potere ai figli, Vespasiano, ebbe la fama di risparmiatore. Tacito addirittura sostiene che sarebbe stato pari ai comandanti antichi se non ci fosse stata l’avarizia. Ebbene la parsimonia di questo imperatore valse a cambiare la moda: al lusso delle “splendidissime” famiglie senatorie, subentrò uno stile di vita più sobrio e frugale. Forse, commenta lo storiografo latino, in tutte le cose c’è una specie di ciclo (orbis), cosicché, al pari delle stagioni, si muovono circolarmente le vicende alterne dei costumi. L’idea polibiana del ciclo delle Costituzioni viene applicata all’economia e induce anche noi a desiderare che coloro i quali vengono presi a modello dalla gente comune diano esempi di stile alto, rendendo paradigmatica la semplicità invece dell’affettazione, la capacità critica invece della ripetizione scimmiesca del luogo comune, la generosità invece dell’avidità e dello spreco che sono vizi diversi eppure concomitanti.
Articolo di Giovanni Ghiselli pubblicato su Il Fatto Quotidiano
La Ballata della moda – Luigi Tenco
Possibly Related Posts:
- Dopo i blitz di Cortina e Milano, di Lucio Garofalo
- Il nuovo motore di ricerca innovativo “Volunia”
- Effetto domino su tutti gli hosting di video streaming, dopo Megavideo stanno chiudendo Videobb e Videoweed
- Italia Bella
- Ernesto Che Guevara – Storia di un Rivoluzionario





















