Quattro amici sui trentacinque anni decidono di ripetere, dopo 2 decenni, un lontano week-end dell’estate ’80: lasciatisi alle spalle impegni, famiglie, problemi, responsabilità, si dirigono da Correggio verso Rimini dove li aspettano le ragazze con le quali si accompagnavano all’epoca. Inizia così, per gli uomini e le donne che nel frattempo essi sono divenuti, un accidentato percorso nella memoria destinato a sfociare in repentini ritorni di fiamma, tormentate confessioni, litigi e reciproci scambi di accuse: alla fine, la rimpatriata lascerà sul campo un morto, ma sarà stata per tutti un’occasione di riflessione e crescita.
Opera seconda firmata dal rocker Luciano Ligabue, “Da zero a dieci” prende le mosse da uno spunto classico: il “vent’anni dopo” d’un gruppo di persone, trascorse nel frattempo dalla giovinezza alla maturità, all’insegna d’un sentimento sospeso fra nostalgia del passato e malessere pel presente. I modelli cinematografici sono innumerevoli: si passa da “Gli amici di Georgia” (1981) di Penn al classico “Il grande freddo” (1983) di Kasdan, da “Fandango” (1985) di Reynolds a “Compagni di scuola” (1988) di Verdone, dal quale ultimo è ripresa l’idea di far fare a ciascuno dei protagonisti un sintetico bilancio della propria esistenza, cui qui s’aggiunge pure un voto. Mosso da un sentimento probabilmente sincero, il film stenta a decollare per l’eccesso di stereotipi (il politically correct prevede, fra i componenti, un omosessuale ed una lesbica; c’è chi rimpiange l’ideologia, chi è malato da gran tempo ed è stanco di trascinarsi; s’affaccia persino il ricordo della strage di Bologna!) e manca soprattutto d’un condivisibile quadro di riferimenti: nel citato “Grande freddo”, il Movimento era stato qualcosa d’importante per molte persone che potevano così identificarsi, qui c’è solo la crisi maldestra di post-vitelloni ben decisi a non invecchiare (sul disagio dei 35enni, peraltro, il cechoviano “Platonov” ha già detto tutto a livello letterario; in celluloide, Nanni Moretti ha svolto da par suo l’argomento in un’indimenticabile sequenza di “Palombella rossa”).
Detto della bravura degli interpreti tutti e degli assai validi contributi tecnici, non ci resta che attendere il bravo Ligabue – se vorrà cimentarvisi -
ad un terza prova registica: la sua mano nel dirigere certe scene – sia detto per inciso – continua ad esser felice come ai tempi di “Radiofreccia” (1998) ed è quella d’un cineasta sensibile e vivo.
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